STRUTTURA FAMILIARE E RISCHIO POVERTÀ IN ITALIA: UN'ANALISI ATTRAVERSO I DATI DELLA BANCA D'ITALIA
Articolo
Data di Pubblicazione:
2009
Abstract:
Il problema della definizione della povertà è legato fondamentalmente ad una
molteplicità di aspetti che concorrono e si legano dando vita ad un particolare
status esistenziale. Ma chi è veramente povero? A questa domanda non è facile
dare una risposta in quanto è oggettivamente impossibile spiegare in maniera
esaustiva il concetto stesso di povertà e tutte le sue implicazioni sociali. A grandi
linee, si possono essenzialmente distinguere due principali correnti di pensiero nel
definire e, quando possibile, quantificare il concetto di povertà. La prima corrente,
la più antica, definisce la povertà in termini unidimensonali, attraverso l’utilizzo di
un’unica variabile (reddito o spesa). Questo tipo di approcio, detto anche
monetaristico, considera la povertà come mancanza di benessere economico. La
misura di tale disagio viene in genere effettuata attraverso la costruzione di un
indicatore univoco che permette di stabilire, quanto più oggettivamente possibile,
chi effettivamente può o non può essere considerato povero.
Storicamente l’approccio monetaristico affonda le sue radici nell’Inghilterra
dell’epoca vittoriana, quando iniziano ad affiorare i primi studi riguardo al
fenomeno povertà. Si deve infatti a Rowntree (1901) la creazione di un metodo
abbastanza sofisticato con il quale stima un reddito minimo di sussistenza.
L’importanza dello studio di Rowntree risiede nel fatto che egli fu il primo ad
intuire che lo stato di povertà non era da considerarsi eguale per tutte le famiglie
sottoposte all’indagine. Con il passare del tempo il problema del rapportare la
povertà al contesto sociale in cui si manifesta diventa un elemento sempre più
importante nel lavoro degli studiosi. Secondo questa impostazione, un individuo o
una famiglia non sono più considerati poveri solo se non raggiungono il reddito
necessario a garantire il minimo vitale, ma anche se il loro livello di vita non
raggiunge gli standard consoni al contesto sociale e storico in cui si trovano.
Il secondo tipo di approccio alla povertà, sviluppatosi principalmente a partire
dagli anni settanta, misura la povertà considerando non più solo il reddito o la
spesa, ma un insieme di variabili concernenti vari aspetti della società quali, ad
esempio, salute, istruzione e nutrizione. Questo tipo di approccio è detto
“multidimensionale”. Se Rawls (1971) aveva già intuito la necessità di considerare
altre dimensioni nella misura della povertà, è senza dubbio Sen (1979 e 1980) che
nei suoi lavori sviluppa e approfondisce l’approccio multidimensionale attraverso il
concetto di “Capability”. Nonostante egli ritenesse il reddito un fattore
fondamentale in quanto influenzava pesantemente le possibilità di agire di ciascuna
persona, tuttavia legò il concetto di povertà alla capacità e alla possibilità di un
individuo di condurre la vita che desiderava. Ciò che differenzia l’approccio di Sen
dalla visione classica, consiste nel fatto che egli ridefinisce la povertà in funzione
degli obiettivi che un essere umano non riesce a raggiungere e della possibilità o
meno di farlo2. Anche in Italia sono stati condotti diversi studi per analizzare il
problema della povertà. Una interessante rassegna la si può trovare nei lavori di
Carbonaro (2002) ed in De Santis (1996).
In questo studio, comunque, si è deciso di utilizzare un approccio di tipo
“classico”. Come sarà esposto chiaramente in seguito, il metodo proposto in questo
lavoro prevede nella prima fase la costruzione della soglia (linea) di povertà
utilizzando l’ approccio monetaristico. In seguito, dopo aver generato una variabile
dicotomica attraverso la classificazione delle famiglie in “povere” o “non povere”,
vi
Tipologia CRIS:
14.a.1 Articolo su rivista
Keywords:
Povertà; Scale di equivalenza; Regressione logistica
Elenco autori:
Mucciardi, Massimo; Bertuccelli, Pietro
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